
Vangelo di Luca 2,21-24; G. Centrodi e G. Romanelli, Stefano Veltroni pittore di Monte San Savino, in “Bollettino d’informazione. Brigata aretina Amici dei Monumenti”, n. 28, settembre 1979, pp. 15-21; G. Centrodi, Orazio Porta, in “Quaderni dell’istituto di Storia dell’Arte: anni 1982-1983”, Arezzo, Facoltà di Magistero Università di Siena, 1984, p. 89; Restorelli, Notizie, BCA, ms. 82, c. 7, in “Monte San San Savino. Letture e riletture..”, cit. p. 223.
Presentazione di Gesù al tempio

Datazione
Ubicazione
Descrizione
L’opera racconta l’episodio evangelico della Presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme (Vangelo di Luca 2,21-24), mediante un linguaggio pienamente tardo manierista e figlio dell’insegnamento fiorentino, ravvisabile nella scelta dei colori e nella costruzione degli ambienti e dei corpi dei protagonisti. Nell’opera Maria porge il Figlio al sacerdote del Tempio, Simeone, a cui Egli si aggrappa, divenendo il fulcro della rappresentazione prospettica, verso cui convergono le linee direzionali del pavimento; Giuseppe reca tra le mani una cesta con due colombi o tortore, che alludono alla Purificazione, prescritti dalla legge mosaica come offerta da proporre al tempio per i poveri. A sinistra una delle due ancelle, la più giovane, ci guarda, mentre la più anziana tiene tra due dita il coltello della circoncisione. Sopra il capo del Cristo si irradia una forte luce, simbolo di massima santità, mentre sullo sfondo bluastro si condensa una parvenza di montagne e di cielo che si fondono, seguendo l’esempio della pittura atmosferica di Lorenzo di Credi, mutuata da quella leonardiana. Il dipinto va confrontato con la Circoncisione di Giulio Romano e la Presentazione al tempio della predella della Pala Oddi di Raffaello, dove le ancelle alla destra di Maria riprendono le stesse movenze della parte destra del dipinto savinese, nella disposizione delle vesti e del disegno anatomico. Quest’opera, radicata nella cultura fiorentina e romana, è infatti attribuibile a Orazio Porta, artista savinese attivo a Roma fino agli anni Ottanta del XVI secolo, prima di rientrare a Monte San Savino, dove dipinse i Santi Pietro e Paolo per la pieve. L’attribuzione al Porta si basa sulla costruzione prospettica degli ambienti, ispirata alle soluzioni di Raffaello e Giulio Romano viste a Roma, e sul trattamento dei colori e dei corpi, ripreso dal Vasari, con cui egli lavorò a Firenze. Particolare è la scelta di disporre i personaggi su un piano orizzontale, animando la composizione solo mediante la scansione ritmica delle piastrelle quadrangolari del pavimento e mediante le grandi colonne del tempio, scegliendo un sobrio principio di composizione, in omaggio ai primi maestri del Rinascimento.
Notizie storico critiche
Quest’opera, figlia della cultura fiorentina e insieme romana, è stata finora attribuita a Orazio Porta, artista savinese attivo a Roma fino agli anni ottanta del XVI secolo, prima del suo rientro a Monte San Savino, dove dipinse i santi Pietro e Paolo e forse quest’opera per la pieve dei Santi Egidio e Savino. L’accostamento al Porta non è da escludere, considerando l’impostazione delle linee direzionali del pavimento, che riprendono alcune soluzioni da lui viste a Roma nelle stanze vaticane di Raffaello e Giulio Romano, ma considerando anche il trattamento dei colori e del disegno dei corpi, imparato a Firenze dal Porta con Vasari, presso il Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio. L’opera può essere esposta al paragone con simili prodotti di artisti fiorentini già attivi in ambiente romano, come Giovanbattista Naldini con cui il Porta aveva collaborato a Palazzo Vecchio e che negli anni Ottanta del secolo XVI, di ritorno da Roma, eseguì una Presentazione al tempio per il Collegio del Gesù a Perugia, oggi conservata alla Galleria Nazionale dell’Umbria, simile nel trattamento delle pose dei personaggi che mutuano da modelli di posa comuni tratti dai maestri della prima maniera e ripresi anche dal Porta, ai quali va aggiunta la scelta dei colori pastello per le vesti dei protagonisti. Entrambi omaggiano il maestro Giorgio Vasari con una piena citazione della pala oggi a Capodimonte, riprendendo da questa le vesti pieghettate, i colori pieni ma tenui e i corpi robusti e monumentali, con pose potenti e statuarie. Venendo alla Pieve della Misericordia va ricordato che nel 1774 Anton Leone Restorelli ricordava l’esistenza di un quadro raffigurante la Purificazione della Vergine conservato nella sagrestia, proveniente dall’altare della Santissima Vergine del Carmine, la cui cappella fu eretta da donna Iacinta di Guiducci, moglie di Francesco di Asciano Stato Sanese, all’epoca del pievano Ricciardo Angeli da S. Pancrazio, dopo il 1469; l’altare rimase dedicato alla Purificazione di Maria Vergine fino al 1616, quando fu poi sostituito dall’altare della Compagnia della Santissima Vergine del Carmine e dunque il dipinto raffigurante la presentazione di Gesù al tempio, o purificazione di Maria, venne spostato in sacrestia.
Compilatore
Data di compilazione
Vangelo di Luca 2,21-24; G. Centrodi e G. Romanelli, Stefano Veltroni pittore di Monte San Savino, in “Bollettino d’informazione. Brigata aretina Amici dei Monumenti”, n. 28, settembre 1979, pp. 15-21; G. Centrodi, Orazio Porta, in “Quaderni dell’istituto di Storia dell’Arte: anni 1982-1983”, Arezzo, Facoltà di Magistero Università di Siena, 1984, p. 89; Restorelli, Notizie, BCA, ms. 82, c. 7, in “Monte San San Savino. Letture e riletture..”, cit. p. 223.
