Home 5 Progetto 5 Madonna del Carmine con i Santi Carlo Borromeo, Enrico II e Angeli

200 x 300 cm
Olio su tela centinata

BCA, ms. 82, cc. 12-14, 38; M. Maccherini, Presenze senesi in Terra d’Arezzo, in Arte in terra d’Arezzo. Il Seicento, a cura di L. Fornasari e A. Giannotti, Firenze, Edifir, 2003, pp. 105-108, fig. 103; Visite pastorali del vescovo Tommaso Salviati 1638 al 1648, vol. I, a cura di don C. Volpi, Firenze 2019, p. 210; A. L. Restorelli, Notizie della pieve…, 1774; Visite pastorali del vescovo Alessandro Strozzi 1677-1682, a cura di Don Carlo Volpi, Firenze 2021, pp. 303-304; G. Centrodi, R. Giulietti, G. Romanelli, Monte San Savino. Letture e riletture storico-artistiche, Città di Castello, Stampa Petruzzi, 2023, p. 110-112; A.M. Guiducci, Petrazzi, Astolfo, in La pittura in Italia. Il Seicento, Milano, 1988, pp. 842-843; E. Romagnoli, Biografia Cronologica de’ Bellartisti Senesi dal Secolo XII a tutto il XVII, BCS ms. L.II. 1-13, IX, ed. anastatica Firenze, 1976, Romagnoli 1976, p. 702; ASF, Notarile moderno, 8632, c. 40v.; M. Ciampolini, Pittori senesi del Seicento, vol. II, Antonio Nasini-Ventura Salimbeni, Siena 2010, pp. 563-607, p. 574.

Madonna del Carmine con i Santi Carlo Borromeo, Enrico II e Angeli

Astolfo Petrazzi (Siena 1580- Siena 1653)

Datazione

1619 (post) – 1640 (ante)

Ubicazione

Pieve dei Santi Egidio e Savino (secondo altare a sinistra)

Descrizione

Il dipinto di Astolfo Petrazzi celebra la Vergine del Carmine, che regge con la mano sinistra uno scapolare col monogramma MV –Maria Virginis -, sostenuta tra le nubi dagli Angeli e dai Cherubini e circondata da due figure che pregano rivolti verso il Bambino Gesù benedicente. Al centro si osserva infatti San Carlo Borromeo, vestito con l’abito corale cardinalizio, alla cui sinistra figura un anziano barbato, che reca in mano una corona e, sotto il braccio, uno scettro, abbigliato da una tunica corta e da calzari alti, portati quasi al ginocchio, e ritratto con i piedi poggiati su un tappeto nero con orlo dorato; la più recente lettura proposta da Centrodi, che dissente dalla convinzione di Ettore Romagnoli nel considerare la figura un san Giovanni Battista, è che si tratti di Enrico II il Santo (+1024), identificabile grazie alla lettura del testamento di Amerigo di Pellegrino Poderetti, committente del dipinto, il quale nel 1619, nell’oratorio dei Bianchi di Monte San Savino, volle “fare un altare con uno quadro grande a proporzione”, nel quale fossero rappresentati San Carlo Borromeo e Sant’Amerigo. A riprova dell’ipotesi si vedano i due putti alati seduti, posti sulla sinistra nel dipinto: uno sorregge un cappello rosso, il galero del cardinale Borromeo, e l’altro tiene fra le mani una corona dorata, a confermare l’identità di Enrico II, re d’Italia e Imperatore del Sacro Romano Impero; sotto gli angeli sono collocati due stemmi di piccole dimensioni, oggi mal visibili a causa delle problematiche conservative presentate dall’opera, considerabili come un omaggio ai Poderetti ed ai Baldi, secondo l’opinione di Gravano Bardelli, mentre per il Ciampolini riconducibili forse alle famiglie Poderetti e Nerucci. Il Poderetti, committente dell’opera, è celebrato dallo stemma sormontato da un cappello prelatizio, raffigurante un uccello collocato sopra tre cime di monti con tre stelle e posto sotto la gamba destra dell’angelo a sinistra; lo stemma con tre monti e tre scettri, ricondotto invece alla famiglia Baldi e collocato tra le gambe dell’angelo che regge la corona, potrebbe darci ulteriori delucidazioni sulla data di esecuzione del dipinto. Esso, infatti, potrebbe essere un omaggio al pievano in carica dal momento dell’esecuzione dell’opera, ossia Iacomo di Giovanni Battista di Domenico Baldi, che strinse rapporti anche con la Compagnia dei Bianchi, divenendo priore di sant’Agata, e che dal 1639 assunse la pievanìa della chiesa dei santi Egidio e Savino. Secondo Michele Maccherini, che data l’opera al terzo decennio del Seicento, lo stile qui manifestato dal Petrazzi si lega compiutamente a degli esempi bolognesi, portando con sé la cura e la compattezza della pittura, dalle cromie fredde e bluastre che caratterizzarono lo stile dell’artista prima della fase in cui la sua pittura divenisse meno compatta (Maccherini 2003, p. 105). Infatti, dal punto di vista compositivo, l’opera del Petrazzi può essere associata a dipinti di questa sua fase pittorica come la Madonna del Rosario del 1635 e l’Immacolata Concezione, entrambe dalla chiesa di Sant’Agostino a Lucca, figlie di una fase vicina agli esempi del Passignano, mutuati da Raffaello, che il Contini data agli anni Quaranta del XVII secolo, di cui si rivedano i simili trattamenti delle pose dei santi e degli angioletti paffuti, con le medesime carni turgide, ma anche la stessa delicatezza nella resa delle vesti, costituite da filamenti di luce e velature di colori sovrapposti, che nella nostra opera sono ben osservabili nel drappo trasparente che copre lievemente il collo della Madonna. A conferma della datazione agli ultimi anni del terzo decennio del Seicento si porti il dipinto senese del 1638 con la Sacra Famiglia e San Giovannino conservato nell’oratorio dei Tredicini a Siena, che col nostro dipinto condivide la scelta delle pose dei due infanti e della veste di Maria, riccamente increspata e costituita da lumeggiature tenui. Infine, di immediata corrispondenza risulta essere il dipinto con i Santi Carlo e Passitea realizzato dal Petrazzi per la chiesa di San Giorgio a Siena, dove la Vergine e il Figlio hanno dei tratti fisionomici quasi perfettamente corrispondenti a quelli riproposti nell’opera savinese.

Notizie storico critiche

L’opera dedicata alla Madonna del Carmine fu eseguita dal pittore senese Astolfo Petrazzi per l’oratorio della Compagnia dei Bianchi di Santa Maria della Neve, dove è documentata fin dal 1640 dal visitatore pastorale, il vescovo Tommaso Salviati. Qui, infatti, esisteva un altare “sub invocatione sanctorum Caroli et Amerigi ut dicitur per familiam de Poderettis” ubicato a Cornu Epistolae, dove il Salviati raccontava che esistesse “un’icona sacra bella e ornata”, corrispondente al dipinto del Petrazzi. Esso venne certamente commissionato dopo il 1619, data dell’istituzione in quell’oratorio della Compagnia del Carmine, a seguito di un legato testamentario di Amerigo di Pellegrino Poderetti. Secondo l’opinione di Centrodi, il dipinto fu forse trasferito nella Pieve della Misericordia non prima del 1680, quando ancora il vescovo Strozzi, enumerando le attività svolte nell’oratorio dei Bianchi dalla Compagnia del Carmine, dava notizia che presso l’altare di san Carlo il cappellano continuasse a distribuire pane ai poveri. Anche la pieve aveva un suo altare ligneo dedicato alla Compagnia del Carmine, lì attiva dal 1616, costruito nel 1627 da Salindio di Andrea Dragoni di Lucignano e da Andrea suo figlio, i quali furono pagati 45 scudi dal pievano Angiolo Cungi per l’intaglio della struttura. L’altare della pieve, prima delle modificazioni settecentesche, era descritto come “magnifico nella sua altezza e nella sua estensione”, colorato di azzurro e dorato con sussidi caritativi delle compagnie di Sant’Antonio Abate, detta dei Neri, e della SS. Vergine della Neve, detta dei Bianchi (Restorelli, ms 82. c. 18). Al centro dell’altare, prima della collocazione del quadro del Petrazzi, si trovava un simulacro in legno di noce raffigurante la Madonna del Carmine e collocato in una nicchia, che fu rifatta in occasione dei restauri alla chiesa del 1748, quando il simulacro fu fatto “ricolorire, divenuto sparuto per l’antichità”, col finanziamento di Anton Leone Restorelli (Restorelli, ms. 82, c. 38). In occasione dei restauri alla pieve, della metà del XVIII secolo, anche l’altare del Carmine venne rifatto in stucco dal varesino Pietro Maderno Speroni nella forma che ancora oggi presenta.

Compilatore

Camilla Tonioni

Data di compilazione

2024
200 x 300 cm
Olio su tela centinata

BCA, ms. 82, cc. 12-14, 38; M. Maccherini, Presenze senesi in Terra d’Arezzo, in Arte in terra d’Arezzo. Il Seicento, a cura di L. Fornasari e A. Giannotti, Firenze, Edifir, 2003, pp. 105-108, fig. 103; Visite pastorali del vescovo Tommaso Salviati 1638 al 1648, vol. I, a cura di don C. Volpi, Firenze 2019, p. 210; A. L. Restorelli, Notizie della pieve…, 1774; Visite pastorali del vescovo Alessandro Strozzi 1677-1682, a cura di Don Carlo Volpi, Firenze 2021, pp. 303-304; G. Centrodi, R. Giulietti, G. Romanelli, Monte San Savino. Letture e riletture storico-artistiche, Città di Castello, Stampa Petruzzi, 2023, p. 110-112; A.M. Guiducci, Petrazzi, Astolfo, in La pittura in Italia. Il Seicento, Milano, 1988, pp. 842-843; E. Romagnoli, Biografia Cronologica de’ Bellartisti Senesi dal Secolo XII a tutto il XVII, BCS ms. L.II. 1-13, IX, ed. anastatica Firenze, 1976, Romagnoli 1976, p. 702; ASF, Notarile moderno, 8632, c. 40v.; M. Ciampolini, Pittori senesi del Seicento, vol. II, Antonio Nasini-Ventura Salimbeni, Siena 2010, pp. 563-607, p. 574.

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