La storia della Misericordia di Monte San Savino
La Venerabile Confraternita di Misericordia di Monte San Savino venne istituita il 23 settembre 1851 come evoluzione naturale della Compagnia del SS. Sacramento, ossia di Carità, assumendo il titolo e gli uffici precedentemente spettanti a quest’ultima e stilando un proprio statuto approvato l’11 maggio del 1854 dal Ministero degli Affari Ecclesiastici.
Fin dalla sua fondazione la Confraternita di Misericordia assunse il carattere di istituto benefico, conducendo attività filantropiche di assistenza fisica ed economica di malati, poveri e bisognosi.
I servizi previsti nello statuto garantivano la continuazione delle attività svolte in precedenza dalla Compagnia del SS. Sacramento, tra cui seppellire i defunti e presenziare alle sacre funzioni; a queste lo Statuto aggiungeva nuove disposizioni, enumerate nei sette articoli fondamentali di cui esso si componeva.
In questi si stabiliva che l’ubicazione dell’oratorio della Confraternita fosse da individuare nella pieve dei Santi Egidio e Savino, posta alle dipendenze dirette del Monsignor vescovo di Arezzo, e si elencavano le Opere ordinarie e quelle straordinarie che la Misericordia doveva garantire, ispirata dalle basi etiche di Amore e Carità.
Tra le Opere ordinarie, ad esempio, erano previsti il trasferimento a mano degli infermi all’Ospedale, attraverso il mezzo del “cataletto”, l’assistenza notturna dei Confratelli malati o infine il trasporto dei defunti al cimitero mediante l’utilizzo di carri funebri, di cui oggi si conservano due esemplari nella pieve della Misericordia.
I Confratelli si occupavano anche del seppellimento delle salme, tumulate presso il cimitero della Misericordia, costruito in stile neo gotico entro il 1863 su progetto dell’ingegnere Ottavio Morfini presso la località “Il Poggiolo” e ancora oggi gestito dalla Confraternita di Misericordia di Monte San Savino.
Uno dei capitoli dello statuto ci dà notizie sull’abito dei fratelli, la cappa di tela nera, simbolo di penitenza, cinta da un cordone nero di crino con la corona del rosario, in ricordo della devozione dei confratelli alla Madonna, protettrice della Misericordia, e infine un cappuccio nero a coprire il volto, la “Buffa”, che simboleggiava la volontà di tenere segreta l’identità di chi fa del bene.
Dal 26 settembre 1994 la Venerabile Confraternita di Misericordia di Monte San Savino è iscritta all’albo della Regione Toscana come Associazione di Volontariato e ancora oggi è un’associazione di fedeli laici della Chiesa e mantiene rapporti con il Vescovo diocesano in relazione al carattere cristiano, svolgendo attività di protezione civile, formazione per soccorritori e pubblica utilità, ma anche servizi come trasporti sociali, sanitari e funebri.
Storia della Pieve di Monte San Savino
La pieve dei Santi Egidio e Savino venne eretta alla fine del XII secolo nell’area del Colle, fuori dalle fortificazioni del “Castello di Ajalta” (antico nome di Monte San Savino), dopo lo spostamento della chiesa plebana da Barbajano, ai piedi del paese.
Fin dalla sua fondazione essa è intitolata a san Savino e, dalla fine del XV secolo, è dedicata anche al compatrono sant’Egidio; anche conosciuta come “pieve della Misericordia”, la chiesa assunse questo nome quando fu affidata alle cure della Venerabile Confraternita di Misericordia di Monte San Savino, a partire dal 1851.
Dal 1494 il papa Alessandro VI concesse alla famiglia Galletti il giuspatronato perpetuo della pieve a partire da Domenico Galletti, citato in un registro di deliberazioni come “pievano e padrone della pieve di S. Gidio”; a questo periodo risalgono i lavori di costruzione in pieve della tribuna presbiteriale e della loggetta a cantoria, ad opera di maestranze settignanesi.
Tra il 1515 e 1533 ca. Monte San Savino fu coinvolta in un grandioso progetto di riqualificazione urbanistica, commissionato ad Antonio da Sangallo il Vecchio dal cardinale Antonio di Monte, che condusse alla costruzione del Palazzo di Monte, completato con la prospiciente loggia e il “cisternone” da Nanni di Baccio Bigio, intorno al 1550; a quel tempo Giovanni Maria Ciocchi del Monte, eletto papa col nome di Giulio III, meditò di assurgere a sede episcopale la pieve dei Santi Egidio e Savino, dando vita ad una nuova Diocesi. La morte lo colse nel 1555, lasciando un nulla di fatto.
Con il reggimento della pievanìa da parte di Angiolo Cungi, nel 1627, cominciarono le prime modifiche alla pieve, proseguite dal pievano Dario Bucci nel 1692, che adornò di stucchi la tribuna e donò alla chiesa le importanti reliquie del velo di Maria e della croce di Cristo.
I lavori più intensi furono condotti da Anton Leone Restorelli, che dal 1748 fece demolire gran parte degli arredi sacri, mantenendo integre solo le muraglie portanti della chiesa e dando poi incarico al varesino Pietro Maderno Speroni di ricostruire in stucco gli altari laterali, le finestre e l’altare maggiore, eretto entro il 1754 con struttura atta a custodire le reliquie dei crani dei santi Savino e Vitale, donati alla comunità da Santi Salvi nel 1665; ciò valse al Restorelli l’assegnazione, da parte del vescovo di Arezzo Filippo Incontri, del titolo di “primo arciprete”, avvenuta nel 1749 e, successivamente, fu abilitato dal vescovo Gaetano Inghirami a indossare il batulo violaceo, nel 1768.
Nel 1813 il titolo parrocchiale venne trasferito alla vicina chiesa di sant’Agostino, che ottenne anche l’arcipretura nel 1818; nel 1969 la pieve è stata sottoposta a interventi di restauro per opera della Soprintendenza di Arezzo, che hanno condotto al ritrovamento del fregio sotto il tetto a capriate e degli affreschi dell’area presbiteriale.
“Assistere nella notte i malati”
L’opera di Confraternite come quella della Misericordia è da sempre stata essenziale per il soccorso di chi, per povertà e solitudine, non aveva altro ausilio di fronte ai momenti più temuti dell’esistenza, come la malattia e la morte.
Dal XVIII secolo il vaiolo era diventato la principale malattia epidemica del mondo. Il morbillo, la parotite, la varicella e la rosolia erano anch’esse causa di molte vittime, specialmente tra i bambini, assieme alle ricorrenti epidemie di tifo petecchiale.
Le febbri malariche, che funestarono la Val di Chiana fino al completamento delle opere di bonifica, furono per tutto il ‘700 un’altra delle grandi sfide affrontate dalla Confraternita.
Sebbene l’Inchiesta Mazzini del 1881 descrivesse come le famiglie coloniche toscane godessero “per lo più di buona salute”, la situazione dei pigionali e dei proprietari più poveri non era certamente rosea. Molto diffusa era la pellagra, causata dal quasi esclusivo consumo di polenta di granturco. Diffuse erano anche le malattie dell’apparato respiratorio, le febbri reumatiche nell’inverno, gastriche nell’estate.
Tra XVIII e XIX secolo imperversò la tubercolosi, che diventò nell’800 il primo killer infettivo del mondo. Tra il 1835 e il 1893 si verificano in Italia ben 6 pandemie di colera, la più grave delle quali fu quella del ‘55. Nella comunità di Monte San Savino vennero infettate 135 persone, 87 delle quali morirono. Particolarmente importante fu in tale occasione l’apporto della Misericordia a sostegno dei più poveri, che venivano perseguitati ed emarginati perché ritenuti diffusori del morbo. Nella città di Arezzo morirono nel 1855 otto confratelli, probabilmente infettati durante la loro opera di soccorso.
Nei primi tre decenni del ‘900 ci fu un declino delle malattie infettive, con un graduale affermarsi di quelle del sistema circolatorio. L’aspettativa di vita passò a circa 55 anni rispetto ai 30 del 1861, principalmente a causa della riduzione delle bronchiti, delle gastroenteriti, della tubercolosi e delle malattie particolari della prima infanzia.
Tra il 1918 e il 1920 anche il territorio del Monte venne funestato dall’ultima grande pandemia che l’Occidente ha conosciuto prima del COVID 19, la cosiddetta “influenza spagnola”. Nella provincia di Arezzo nel solo 1918 ci furono per la Spagnola 524 decessi e l’opera della Misericordia si rivelò fondamentale anche in tale occasione data la carenza di medici e infermieri.

